Wojtyla, santo per l’Europa
Dipende cosa vuol dire santificazione. Archiviazione nello sterile Eden dell’eternità (leggi mummificazione) o consacrazione della perenne forza di un pensiero? Nel caso di Karol Wojtyla l’intera cultura europea (se c’è ancora) farebbe bene a scegliere la seconda strada. Il Papa polacco, infatti, ha costruito il suo magistero su una scommessa filosofica tuttora attualissima: l’“homo europeus” è in grado di viaggiare nel futuro con le stigmate della sua civiltà o è destinato a restare per sempre stordito dai mostruosi gas ideologici da lui stesso creati nel XX secolo? L’Europa dei contabili non lo sa: ma è ancora questo l’enigma che ingabbia l’“Unione”, e che deciderà del nostro futuro molto più di qualsivoglia accordo bancario o fiscale. di Ferdinando Adornato
14 AGO 20

Dipende cosa vuol dire santificazione. Archiviazione nello sterile Eden dell’eternità (leggi mummificazione) o consacrazione della perenne forza di un pensiero? Nel caso di Karol Wojtyla l’intera cultura europea (se c’è ancora) farebbe bene a scegliere la seconda strada. Il Papa polacco, infatti, ha costruito il suo magistero su una scommessa filosofica tuttora attualissima: l’“homo europeus” è in grado di viaggiare nel futuro con le stigmate della sua civiltà o è destinato a restare per sempre stordito dai mostruosi gas ideologici da lui stesso creati nel XX secolo? L’Europa dei contabili non lo sa: ma è ancora questo l’enigma che ingabbia l’“Unione”, e che deciderà del nostro futuro molto più di qualsivoglia accordo bancario o fiscale. Non solo la chiesa, dunque: ma anche Merkel, Draghi & co. dovrebbero celebrare l’attualità del suo messaggio.
Mi è già capitato di definire Wojtyla l’unico (forse l’ultimo) filosofo morale dei nostri tempi. Egli ha impresso all’Europa una scossa spirituale, sollecitandola a uscire dal torpore nel quale era (e tuttora è) sprofondata. Cos’è la vita e cosa l’uomo, cos’è il bene e cos’è il male: Wojtyla ha prepotentemente reinserito nell’agenda dell’umanità le questioni prime e ultime dell’esistenza che il secolo dei totalitarismi aveva annichilito, colpendo al cuore l’umanesimo cristiano e liberale. E, con essi, il vero cemento fondativo dell’idea di Europa: in fondo un pensiero assai semplice, la centralità della persona nella storia. Il Novecento ha tentato di assassinarla questa identità. E ci è quasi riuscito. Il nazismo si autodefiniva “compimento della metafisica occidentale”. Il comunismo sosteneva di essere “l’erede della filosofia classica tedesca”. Niente di più falso: entrambi hanno demolito il “fondamento occidentale”. Alla centralità della persona hanno sostituito quella della classe, della razza, dello stato, della scienza. Ebbene, ecco il punto, se l’“homo europeus” ha certamente superato i totalitarismi, non è stato ancora capace di riconquistare la propria identità. Questa era la sacrosanta denuncia-profezia di Wojtyla: non ci sarà mai alcuna Europa unita se, dall’Atlantico agli Urali, non tornerà a sventolare la bandiera della centralità della persona. Ma oggi chi continua a battersi per questo traguardo? Quale fermento esiste nella politica, nelle Università, nei media intorno alla ricostruzione della nostra identità? Non certo Grillo o la signora Le Pen. Ma neanche le classi dirigenti “ufficiali”, nelle quali prevalgono contabilità e burocrazia, pigrizia mentale e indifferenza. Insisto: l’Unione culturale è più o meno importante di quella bancaria? Domanda non pervenuta. E se l’Europa balbetta di fronte al Putin crimeo è anche perché un chilo di valori è tornato a pesare meno di un chilo di gas.
Wojtyla ha letto per tempo questo grande smarrimento europeo. Ha testimoniato la drammatica attualità della “domanda di senso” che era ed è tornata a elevarsi all’est come all’ovest. Senza sconti per nessuno. Pur avendo contribuito al collasso del comunismo sovietico non si è limitato all’antagonismo verso i totalitarismi. Ha rivolto la sfida anche alle società occidentali. Ha riproposto l’antichissima, ma perennemente moderna idea del lavoro come la più alta forma di creatività da valorizzare in quanto tale, contro il cieco produttivismo e/o la diffusa mentalità consumista. Di fronte ai dilemmi posti dallo sviluppo scientifico e dalle biotecnologie non si è mai stancato di richiamare la massima di Kant: considera l’uomo sempre come fine e mai come mezzo. Nel 1987, parlando nella “sua” Università di Lublino, ha lanciato un formidabile appello in difesa della soggettività umana, per non “permettere che l’uomo venga ridotto all’ordine degli oggetti”, e per “conservare la soggettività della persona nell’ambito di tutta la praxis umana… nella società, nello stato, nei diversi ambienti di lavoro e perfino nello svago collettivo”.[**Video_box_2**]
Wojtyla ha letto per tempo questo grande smarrimento europeo. Ha testimoniato la drammatica attualità della “domanda di senso” che era ed è tornata a elevarsi all’est come all’ovest. Senza sconti per nessuno. Pur avendo contribuito al collasso del comunismo sovietico non si è limitato all’antagonismo verso i totalitarismi. Ha rivolto la sfida anche alle società occidentali. Ha riproposto l’antichissima, ma perennemente moderna idea del lavoro come la più alta forma di creatività da valorizzare in quanto tale, contro il cieco produttivismo e/o la diffusa mentalità consumista. Di fronte ai dilemmi posti dallo sviluppo scientifico e dalle biotecnologie non si è mai stancato di richiamare la massima di Kant: considera l’uomo sempre come fine e mai come mezzo. Nel 1987, parlando nella “sua” Università di Lublino, ha lanciato un formidabile appello in difesa della soggettività umana, per non “permettere che l’uomo venga ridotto all’ordine degli oggetti”, e per “conservare la soggettività della persona nell’ambito di tutta la praxis umana… nella società, nello stato, nei diversi ambienti di lavoro e perfino nello svago collettivo”.[**Video_box_2**]
Non si sbagliava. Senza recuperare il primato della “soggettività umana” non sarà mai scongiurato il rischio che i “mostri” del nazionalismo e del collettivismo si riproducano, sia pure in forme diverse. L’unica società davvero armoniosa è quella che colloca, alla base dello sviluppo e del progresso, la qualità dell’essere umano. Perché all’origine di ogni ricchezza c’è solo un soggetto: l’uomo creatore. Non l’uomo “finanziario” né l’uomo “statale”: ma l’uomo creatore, imprenditore o lavoratore che sia. Questo sosteneva Wojtyla: si può essere più o meno d’accordo, ma non si può negare che la sua sfida, il recupero universale della centralità della persona, sia tuttora di indiscutibile attualità. Perché racconta dell’assai problematico rapporto tra “umanità” e “globalizzazione”.
Perciò non è stato lungimirante il rifiuto di richiamare le comuni radici cristiane nella nuova Costituzione. Nessuna Carta potrà mai essere “sentita” dai cittadini se si auto-recinta nell’ingegneria costituzionale, senza evocare la fonte spirituale dei popoli. Così, in nome di un astratto laicismo, non si è preso le distanze solo da una religione ma dal nucleo essenziale di valori che hanno generato le nostre democrazie. Le élite europee (se ancora ci sono) dovrebbero, piuttosto, trovare il coraggio di una seria riflessione: l’antifascismo e l’anticomunismo (quest’ultimo faticando per giunta a imporsi) hanno certamente fatto uscire il continente dalle tenebre, ma altrettanto certamente non hanno saputo (né potevano) riprodurre i pensieri forti della millenaria identità europea. Perciò l’Europa di oggi antifascista, anticomunista, antirazzista (e chi più anti ha, più ne metta) si rivela una terra capace di definire la propria identità soltanto in negativo. E’ come se alla domanda “come ti chiami?”, invece di Ferdinando, io rispondessi “non-Mario” o “anti-Mario”. Con il che non avrei detto nulla sulla mia vera identità, la quale emerge solo esibendo una verità positiva. L’afasia intorno a questo nodo di fondo ha portato al ritorno egemone dell’utilitarismo e al trionfo del relativismo il quale, appunto, di verità positive non vuole neanche sentire parlare. Perciò finché dura il suo dominio culturale e mediatico (vero diavolo per Wojtyla) l’Europa è destinata a vivere “senza identità”. Cioè a sopravvivere.
“Non abbiate paura” ha urlato Wojtyla. E giù tutti a “santificare”. Bene. Ma è possibile non aver paura, aprire le porte alla “speranza”, senza condividere una filosofia morale che ci aiuti a distinguere il Bene dal Male? E’ questa la vera domanda che il Papa polacco ha rivolto a tutti noi: se l’azione dell’uomo continua a fondarsi sull’utilità, sulla necessità, sulla convenienza non si spalancano, di nuovo, le porte alla paura? Santificare davvero la sfida di Wojtyla significa dunque questo: discutere se possa esistere una vera libertà che non sia fondata su una solida verità. Come riconoscerla altrimenti? Erano forse alfieri di libertà gli uomini di Hitler o di Stalin? Eppure questo sostenevano, gridando di voler creare un “uomo nuovo”: e milioni di europei ci hanno creduto. Il loro inganno è appassito ad Auschwitz e Kolyma. Ma come evitare l’eterno ritorno dell’inganno? Quale verità positiva può fondare un’idea universalmente condivisa di libertà? Il primato della persona nella storia, l’inviolabilità della vita e della dignità umana è questa idea. Questo sosteneva Wojtyla. Chi in Europa oggi è disposto a santificarlo davvero?
di Ferdinando Adornato